
Intervista
ad Agnese Borsellino
di Sandra Amurri - 17 giugno 2012
Agnese Borsellino: ''Alcuni potenti non
hanno salvato neppure la dignità''
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima
di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata
dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora.
E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non
sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i
tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo
grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla
trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via
D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In
un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di
guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la
strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in
guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”.
A
distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è
divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono
indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica
come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un
senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova
oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da
sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e
pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non
poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che
probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa
Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere
giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di
parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire
altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre
persone?
Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e
ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma
ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati
istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come
“uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie
di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una
certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così
grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della
vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si
professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti
“potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa
storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi
meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva
spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi
gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole
appaiono più vere alla luce dell’oggi.
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi
lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso
ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai
magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le
aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era
in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente
e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero
manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho
riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non
poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di
Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di
proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state
prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della
dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole
che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno
sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi ,
fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un
dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere
affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto
l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha
toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare
anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere
quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la
perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità
complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e
istituzionale.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano